Piazza Palestro e Porta Garibaldi (già Ferdinandea)
Uno spazio per accogliere i forestieri
Per chi la vede, oggi la piazza Palestro appare come una delle tante, felici ed inquietanti, contraddizioni dell’impianto urbano catanese: al centro, simile all’immensa quinta spettacolare di un teatro settecentesco, la Porta Garibaldi carica di roboanti simboli ed allegorie, di fastigi preziosi e citazioni eroiche, tutt’intorno un rosario di case antiche, alte e basse, di palazzi moderni, di strade e di negozi.
Lo slargo, in origine, si offriva come scenografico abbraccio rivolto verso la campagna e i forestieri che, provenendo da Palermo e dalla Piana di Catania, si accingevano ad entrare in città. Le abitazioni erano semplici e senza pretese architettoniche e venivano, anche, utilizzate come botteghe. In questo spazio il momento rituale e la vita quotidiana si intrecciavano e si intrecciano ancora in un armonia potente e dissonante. Prendendo in prestito le parole di G. Dato diremo, allora, che il sistema delle piazze catanesi non e soltanto luogo di rituali esclusivi della classe dominante o sito occasionale di mercati, ma una "macchina" ingegnosa atta a mediare esigenze di natura e finalità diverse, dall’onore ai sovrani alle normali occupazioni legate al mondo del lavoro agricolo e a quello dello scambio commerciale.
I corpi edilizi disposti sui lati lunghi presentano i piedritti delle porte e le paraste d’angolo decorati con gli stessi motivi di fasce alternate di pietra bianca e pietra nera che l’Ittar aveva impiegato per la Porta Ferdinandea.
La grande Porta trionfale
La Porta Garibaldi, un tempo Ferdinandea, può essere portata come esempio di quello stile costruito attraverso effetti scultorei, lampi vibranti di luci ed ombre, contrasti di colore e, insieme, di materie differenti combinati in ordinate alchimie ottiche di grande potenza emotiva. Al gioco strutturale e materico si somma quello psicologico e simbolico legato, da sempre, all’idea della "porta" (qui più precisamente di un arco trionfale) che vive di vita propria, slegata da un argine, un muro divisorio o un confine. Questo monumento fu realizzato, su disegni di Stefano Ittar, nel 1768 allo scopo di celebrare degnamente il matrimonio di Ferdinando IV di Borbone con Carolina d’Austria. In alto, sul fastigio dove ora è un orologio, era un grande medaglione con i ritratti dei due sovrani; in odio ai Borbone parte dell’iscrizione dedicatoria venne barbaramente cancellata. Con la fine della dominazione borbonica mutò anche il nome della porta, da Ferdinandea a Garibaldi, ma i Catanesi la riconoscono come il "Furtino", per una erronea associazione con il fortino del duca di Ligne di cui esiste una porta nelle vicinanze di via Sacchero, all’interno dello stesso quartiere. Ponendosi di fronte all’arco e guardando verso la via Garibaldi si scorge, lontana ed armoniosa, la cattedrale dedicata a S. Agata; la porta, quindi, chiude un discorso architettonico cominciato in piazza Duomo) da cui parte la via Garibaldi che incastona la gemma quadrata della piazza Mazzini per gettarsi, dopo un lungo percorso rettilineo, nel traffico) e nell’anonimato della città moderna.
Il filo d'Arianna è una pubblicazione di Giuseppe Maimone Editore