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Tra le dieci circoscrizioni di Catania quella di San Giovanni Galermo, posta
al livello altimetrico più elevato, ha una vicenda storica affatto originale.
Fino al 1928, infatti, era un comune autonomo, con un territorio di alcune
centinaia di ettari, al confine tra Catania, Mascalucia, Misterbianco e San
Pietro Clarenza. Ciò nonostante, esso non riuscì mai ad essere molto di più
che un sobborgo agricolo di Catania per cui, quando venne deciso di annetterlo
alla città, si trattò di un fatto quasi "naturale".
Per certi versi il piccolo centro ha una storia simile a quella della grande Catania: nel corso del XVII secolo fu infatti
completamente raso al suolo, non dal terremoto, ma dalla colata lavica del 1669 che, sgorgata dai Monti Rossi, giunse fino al mare
dopo aver lambito il castello Ursino. In quell’occasione furono distrutti diversi centri abitati tra cui
Nicolosi, Belpasso, Mompilieri, Mascalucia, Camporotondo, San Pietro Clarenza. Del precedente villaggio, ovviamente non rimase che
qualche piccolo edificio di carattere rurale, ma i superstiti ricostruirono le loro case quasi nello stesso luogo.
Già all’inizio del XVIII secolo furono censite 116 case con 458 abitanti che crebbero assai lentamente fino a superare
il migliaio solo alla vigilia dell’Unita d’Italia.
Fino agli anni Trenta il borgo mantenne il carattere rurale che aveva sempre avuto:
anche il piano della chiesa Madre, vero centro del villaggio, era definito da quinte edilizie poverissime,
piccoli edifici terreni con carattere rurale (abitazioni, ma anche depositi).
Un primo intervento che modificò l’assetto del piano fu la realizzazione, in epoca fascista, di una strada intercomunale che
collegava a Catania il comune di San Pietro Clarenza; ma il vero cambiamento radicale dell’assetto urbano di San Giovani Galermo
deve essere fatto risalire alla scelta di includerlo dentro il Piano di Edilizia Economica e Popolare nell’ambito del
PRG Piccinato.
Nel rispetto delle previsioni, nel corso degli anni Settanta fu progettato un insediamento per 13 mila abitanti
in case popolari, di cui, però, ne furono insediati circa la metà. Nel frattempo, infatti, si era sviluppato un imponente fenomeno
di abusivismo edilizio che aveva di fatto reso inutilizzabile parte della zona destinata ad edilizia economica.
Oggi la separazione tra la parte di tessuto di iniziativa pubblica e quella di origine abusiva rimane ancora netta, mentre ben scarse
sono le tracce degli antichi insediamenti: qualche edificio sopravvissuto alla selvaggia sostituzione degli ultimi decenni,
qualche portale, e la chiesa il cui primo impianto risale al XIV secolo, ma che fu riedificata alla fine del XIX secolo, subendo,
successivamente, pesanti interventi di "restauro", così come il suo sagrato. Sopravvivono ancora oggi, infine, alcuni frammenti
di quel bosco etneo che ricopriva parti importanti della contrada.
La tipologia delle costruzioni prevalenti del centro abitato si ricollega a quella caratteristica dei comuni etnei,
riportandone, però, per lo più, gli aspetti di minor pregio, attraversato come è da una modesta strada principale verso la quale converge
una miriade di stradine strette e tortuose (in gran parte pavimentate con pietra lavica), soffocate da un fitto addensarsi di costruzioni basse ed economiche,
con piccole botteghe senza pretese.
Le rare ville moderne presenti nel centro abitato non sono in grado di modificare l’impressione di trovarsi più nel contesto
di un piccolo paese agricolo che non in una municipalità di Catania, e ciò nonostante le innegabili interdipendenze con il
centro cittadino.
Contributo editoriale tratto dal volume :
"Catania - I quartieri nella metropoli" a cura di Renato D'Amico - ed. Le Nove Muse