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24 settembre 2013

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Martedì 24 settembre 2013 ore 21,00
Istituto Ardizzone Gioeni - Via Etnea 595 Catania

 

Proiezione del film di Franco Maresco “Io sono Tony Scott”
ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz
Circuito Musicale Siciliano, Catania Jazz

 

Proiezione film: Io sono Tony Scott - Istituto Ardizzone Gioeni - marted' 24 settembre 2013 ore 21,00 - Locandina resize


"Io sono Tony Scott" - Locandina pdf

 

Martedì 24 settembre 2013 ore 21,00
Istituto Ardizzone Gioeni - Via Etnea 595 Catania

Rassegna "Percorsi d'autunno"

Circuito Musicale Siciliano e  Catania Jazz
Presenta

“Io sono Tony Scott”
ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz

un film di Franco Maresco

Io sono Tony Scott - foto 9

 

Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz
Regia: Franco Maresco - Sceneggiatura: Franco Maresco e Claudia Uzzo
Fotografia: Alessandro Abate - Montaggio: Edoardo Morabito - Suono: Luca Bertolin
Produzione: Cinico Cinema con la partecipazione di Sicilia Film Commission e Rai Cinema - Italia 2010


Io sono Tony Scott - foto 7

 

Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz è il nuovo film di Franco Maresco, il primo della sua regia solitaria dopo la separazione artistica da Daniele Ciprì. L’opera era stata presentata la scorsa estate in anteprima mondiale al festival svizzero di Locarno, con lusinghieri consensi della critica internazionale, e poco dopo in anteprima nazionale ai Rumori Mediterranei calabri di Roccella Jonica ma abbiamo dovuto attendere parecchio per vederla sugli schermi siciliani (lo scorso 7 febbraio a Catania ed il 3 marzo a Palermo). D’altronde la gestazione del film è durata ben dieci anni, tenuto conto che l’idea iniziale, cui illusoriamente aveva subito fatto seguito il primo giro di manovella, risale al 2000, come ci ha raccontato il regista nei diversi colloqui che hanno cadenzato il lungo periodo di realizzazione.
Ho incontrato Tony Scott nell’estate del 2000 a Cefalù e subito aveva preso consistenza un’idea che rimuginavo da tempo: raccontare la storia e le vicende dei numerosi musicisti di origine siciliana che hanno dato un contributo determinante alla nascita ed all’evoluzione del jazz, dai più remoti a quelli ancora viventi come Chuck Mangione, Joe Lovano, Chick Corea e, appunto, Anthony Joseph Sciacca, nato nel 1921 a Morristown, nel New Jersey, e passato alla storia col nome di Tony Scott. Con Ciprì, insomma, intendevamo realizzare qualcosa di analogo a ciò che registi come Wim Wenders, Martin Scorsese o Clint Eastwood hanno fatto in questi anni per musica cubana, jazz e blues con opere quali Buena Vista Social Club e L’anima di un uomo (entrambi di Wenders), Dal Mali al Mississippi (di Scorsese) e Bird e Piano blues (entrambi di Eastwood). Le prime riprese furono proprio quelle con Tony Scott, prima a Cefalù, poi a Salemi, dove amava recarsi periodicamente perché era la città d’origine della sua famiglia, ed infine nella sua casa di Roma, dove aveva scelto di vivere fin dagli anni Settanta.

Io sono Tony Scott - foto 1

Perché allora, nonostante il rapido avvio, è trascorso un intero decennio?
Difficoltà organizzative, economiche e travagli di vario altro genere mandarono poco dopo l’intenzione in letargo e da allora si interruppero i contatti con il musicista. La sua morte, avvenuta il 29 marzo del 2007, ha avuto l’effetto non solo di ridare impulso all’idea originaria ma anche di indurci a focalizzare esclusivamente sulla figura del clarinettista l’intero progetto, poi accolto dalla Film Commission della Regione Sicilia.
Ma davvero Tony Scott è stato un musicista di tale rilievo da dedicargli un intera opera?
Non bisogna lasciarsi fuorviare dalla seconda parte della sua parabola artistica ed esistenziale, cioè quella segnata dalla decisione di venire a vivere in Italia. Fu un errore tremendo che provocò la progressiva demolizione della sua genialità e la sua acquiescenza a lasciarsi scivolare verso una dimensione quasi clownesca e caricaturale, cui certamente lui stesso contribuì non poco a causa di eccessi, stranezze e bizzarrie: cappellone sulla testa rasata, lunga barba bianca, stivaloni e abiti attillati di pelle nera, collane con denti di tigre, una logorrea verbale fissata con ossessione sui ricordi dei tempi d’oro, un comportamento disinibito, umorale e imprevedibile tanto in privato quanto sul palco. Il nostro è un paese irredimibile nel fagocitare chiunque e nel far venir fuori il peggio da ognuno di noi. Come hanno convenuto anche molti nostri importanti jazzisti, l’Italia sarebbe stata capace di distruggere perfino Miles Davis se questi avesse commesso l’errore di viverci. Ecco perché ho voluto sottolineare, fin nel titolo del film, la grave colpa di incomprensione di cui il nostro paese si è macchiato nei suoi confronti. Detto questo, però, non va dimenticato che Tony Scott, oltre ad essere stato il primo a trasferire sul clarinetto il linguaggio del be bop, è stato un anticipatore, uno dei primi a fecondare il linguaggio jazzistico coi semi dell’atonalità, dell’incontro tra Oriente ed Occidente, della commistione con l’elettronica, dell’utopia “third stream”, persino della modalità, forse ancor prima di Miles Davis. Ma ciò che più amo di lui è l’essere stato l’ultimo Don Chisciotte del jazz, l’ultimo ad averne avuto una concezione pura ed incontaminata, uno straordinario dissipatore del proprio talento, insomma l’ultima incarnazione dell’idea di artista romantico e maledetto.
Una sorta di trasfigurazione epica ed eroica della sconfitta?
La verità è che era un artista consapevole di avere vissuto una stagione ormai conclusa del jazz. Allorché, proprio all’apice del successo, alla fine degli anni Cinquanta abbandona gli Stati Uniti per iniziare un lungo periodo di vagabondaggio tra Estremo Oriente, Africa ed Europa, Scott col suo modo corsaro di affrontare il rischio e rimettersi continuamente in gioco incarna la nevrosi magnifica dell’inesausta ricerca di qualcosa, rappresenta il precipitare dell’arte, anzi la morte dell’arte rispetto a come l’aveva concepita e vissuta per una breve ma esaltante stagione. La sua vitalità era straripante ma non sarà sufficiente a dare requie all’inquietudine ed alla struggente malinconia per un mondo perduto che coverà dentro per sempre. In questo Tony Scott assomiglia al personaggio di Errol Douglas ne Il ritorno di Cagliostro ed entrambi, forse, assomigliano a me. Ma a rendere ancor più intrigante la figura di ultimo idealista del jazz è il fatto che lui avvertiva fin nel profondo la propria condizione di emigrante, ribadiva sempre e con forza il suo sentirsi italiano, anzi siciliano, e aveva un senso spiccato della fratellanza di tutto il mondo. Non a caso è stato uno dei pochi musicisti bianchi ad essere accettato ed amato dai neri che lo riconoscevano come uno di loro. Per un regista sarebbe stato impossibile non innamorarsi di un simile personaggio, l’ultimo cavaliere errante di un jazz che non c’è più.
Pur non seguendo una narrazione biografica tradizionale, il film svela alcuni particolari poco noti o del tutto inediti della vicenda umana e artistica di Scott.

Io sono Tony Scott - foto 4

E’ vero. Lui stesso, ad esempio, rivela la vera storia della paternità dell’arrangiamento di Day-O, più nota come Banana Boat, brano tradizionale caraibico che fu un grande successo mondiale di Harry Belafonte, il famoso re del calypso con cui Scott collaborò a lungo negli anni Cinquanta. Il film, inoltre, riporta per la prima volta alcune testimonianze che gettano luce sulle ragioni, finora rimaste ignote, della sua instabilità umorale e di certe manie di persecuzione. Stando a quanto riferisce la prima moglie Fran Attaway, Tony potrebbe aver subito atroci torture durante un periodo di detenzione in Indonesia, non si sa bene se perché sospettato di spionaggio o per una relazione sentimentale con la segretaria di Sukarno, in quel periodo al potere, o per entrambe le ragioni. Quando fu liberato, a prenderlo in consegna andò proprio la Attaway che quasi non lo riconobbe tanto male in arnese era ridotto. Di quell’esperienza Tony non volle mai parlare ma ne fu segnato profondamente e per sempre.
In definitiva che film è Io sono Tony Scott e che ritratto ne vien fuori del musicista?
E’ un film in cui per 128 minuti non si smette mai di ascoltare musica. Anche chi non ama particolarmente il jazz alla fine entra in pieno nel mondo di Tony Scott, che poi è il mondo dell’America, dell’Europa, dell’Asia e, infine, dell’Italia dove il clarinettista aveva scelto di vivere ma dove non fu capito e venne trattato quasi come un fenomeno da baraccone. E’, soprattutto, la storia di un uomo, ancor prima che jazzista, il racconto della sua grandezza ma anche delle sue contraddizioni e della sua decadenza. E’ stato inevitabile per me immedesimarmi nel suo sentirsi disperato per la consapevolezza di non poter più vivere le emozioni ed il concetto di jazz, e di arte in generale, così come l’aveva vissuto in quella brevissima stagione newyorchese intercorsa tra la frequentazione della Juilliard School of Music e le folgoranti avventure sonore consumate in locali mitici come Minton’s Playhouse, Village Vanguard, Onyx, Down Beat, Three Deuces, Spotlight Club, a fianco di giganti come Charlie Parker, Thelonious Monk, Dizzy Gillespie, Lester Young, Art Tatum, Ben Webster e molti altri di cui condivideva la concezione di un ideale d’arte incontaminata.
***

Io sono Tony Scott - foto 3

Autorevoli critici cinematografici ed anche importanti musicisti hanno speso giudizi entusiastici su Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz, definendolo un affresco intenso e commovente, anzi uno dei migliori film di argomento musicale mai realizzati. Demando, pertanto, a chi possiede gli strumenti, il linguaggio, la competenza e, soprattutto, il necessario distacco critico il compito stenderne la recensione. Confesso, infatti, che la mia è, direi necessariamente, una percezione partigiana dell’opera di Maresco essendo, nell’ordine, un appassionato di jazz, un innamorato della voce dello strumento d’ebano e un insaziabile frequentatore di quei territori sonori in cui il linguaggio jazzistico si intreccia con altre culture.
Tre motivazioni che in Tony Scott trovano una magnifica ed irresistibile convergenza intanto perché nel suo stile è affrescata l’intera storia evolutiva del jazz, dalla tradizione di inizio Novecento alle più avanzate frontiere contemporanee; poi perché è stato uno dei pochi artisti a tener costantemente desta l’attenzione sulla voce assolutamente unica del clarinetto, anche nei periodi di maggiore oblio che seguirono l’epoca aurea dello Swing; infine perché la sua straordinaria apertura mentale e la sua continua e febbrile ricerca hanno spesso anticipato con intuito visionario mappe che sarebbero state definite solo molto tempo dopo, come world music e new age. Dei suoi numerosi dischi che fanno parte della mia collezione, ce n’è uno che custodisco con particolare cura: Music for Zen meditation and other joys, registrato a Tokyo nel 1964 (pubblicato l’anno dopo dalla Verve) assieme a Shinichi Yuize al koto, sorta di cetra da tavolo derivata dal più antico guzheng cinese, ed a Hozan Yamamoto allo shakuachi, flauto dritto di bambù della tradizione giapponese.
Nonostante da allora sia trascorso quasi mezzo secolo, la musica contenuta nell’album, sulla cui copertina campeggia un gigantesco Buddha, possiede freschezza e attualità ancora palpitanti e fa drasticamente giustizia delle modaiole e stucchevoli derive new age che solo dopo diversi anni avrebbero imperversato in ogni angolo del globo. Ecco allora che rivedere alcune sequenze del film in cui Tony Scott è avvolto in un ampio e maestoso kimono, lungi dal suscitare effetti esotici fin troppo facili, restituisce, invece, emozione genuina all’idea di incontro tra popoli e culture diverse, sublimandone il concetto di idea assoluta dell’arte, quell’idea romantica e incontaminata che Scott perseguì per tutta la vita.
Altra sequenza che, per motivi diversi, pizzica irrefrenabili corde emotive è quella che mostra Scott impegnato in uno dei suoi primi concerti al Brass Group, con attorno due giovanissimi dall’espressione sospesa tra timore e smarrimento: Salvatore Bonafede, pianoforte, e Giuseppe Costa, contrabbasso, musicisti che avrebbero in breve espresso e consolidato tutto il loro talento. In ultimo una considerazione estetica complessiva sul film.
  
Conoscendo Franco Maresco, sapevo che la sua sarebbe stata una lettura tutt’altro che celebrativa o meramente biografica di Tony Scott e che del clarinettista lo avrebbe affascinato soprattutto la tortuosa dimensione umana. Così è, almeno in parte. Nel senso che il regista, effettivamente, si tiene lontanissimo da qualsivoglia intento agiografico e affonda l’obiettivo, spesso crudamente e senza sconti, nelle pieghe esistenziali dell’uomo ma questo senza che ne soffra la lucidità con cui ricostruisce puntigliosamente il primato della sfera artistica del musicista e dell’inesausta carica innovatrice che lo animò costantemente. Credo che il pregio maggiore di Io sono Tony Scott consista nel suo essere un “vero” film, cioè una storia cinematografica che il regista costruisce servendosi della propria originale fantasia narrativa e poetica, e contemporaneamente un documentario che illumina il percorso artistico di un genio cui forse non è stata ancora resa sufficiente giustizia. E’ un’opera che a Maresco deve essere costata parecchie sofferenze se è vero che, nonostante i numerosi e prestigiosi giudizi positivi ricevuti, non riesce ancora a gioirne e ad amarla. Il suo pessimismo arriva addirittura a paventare che questo film potrebbe anche essere il disastro finale, l’equivalente di ciò che per Michael Cimino fu I cancelli del cielo, un terribile flop personale e finanziario. E certo non è estraneo a questo distacco emotivo il fatto che l’inizio e la conclusione dell’opera siano stati segnati per lui da rotture coi vecchi compagni tanto dolorose che, per dirla con le sue parole, “hanno portato via una parte della mia vita”.
Che questo film avvinca o meno lo spettatore, sono convinto che nessuno dopo averlo visto potrà facilmente dimenticare Tony Scott, la sua figura ieratica, l’irruenza della sua musica e, soprattutto, quel clarinetto proteso verso il cielo da cui scaturivano stupefacenti sovracuti, grappoli di note infuocate e tanta struggente poesia.

Gigi Razete

 

Martedì 24 settembre 2013 ore 21,00
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Proiezione del film di Franco Maresco “Io sono Tony Scott”
ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz
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