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29 settembre 2013

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29 settembre 2013
GIORNATA EUROPEA DELLA CULTURA EBRAICA

 

Commemorazione di Kertész Géza  già allenatore della squadra di calcio di Catania negli anni 1933 al 1942.

Piazza Verga già Piazza dell’Esposizione
* 10:00 riunione dei bambini delle scuole calcio;
* 10:30 saluti delle autorità, presentazione della mostra e breve discorso introduttivo sulla figura di Kertész;
* 10:45 inizio delle partite 3 contro 3 non competitive delle scuole calcio e contestuale possibilità per i visitatori di ammirare i pannelli con le foto e la storia di Kertész, guidati dagli autori di
"Tutto il Catania minuto per minuto" e da altri appassionati della storia del calcio etneo;
* 13:30 fine delle gare e chiusura della mostra.

NATURA E CULTURA EBRAICA

Castello Ursino – Salone delle Armi
Ore 17,00 Convegno “Natura e cultura ebraica”

Saluti:
avv. Enzo Bianco
Sindaco di Catania
prof. Orazio Licandro
Assessore ai Saperi

Relazioni:
prof. Ottavio di Grazia - Natura e cultura ebraica
Rav. Giuseppe Laras – L’Ebraismo e la cultura in area mediterranea

Modera
Avv. Baruch Triolo
Presidente della Charta delle Judeche di Sicilia

Intervengono:
Attilio Funaro
Presidente dell’Istituto Internazionale di Cultura Ebraica e rappresentante del Parlamento del Mediterraneo
Arch. David Cassuto
già Vicesindaco di Gerusallemme
Prof. Nicolò Bucaria
Storico (Lussemburgo)
Prof. Luciana Pepi
Università di Palermo – Officina degli studi medievali
Prima del convegno verrà inaugurata la mostra di epigrafi con iscrizioni giudaiche della collezione del Museo Civico di Castello Ursino


Géza Kertész
La pronuncia esatta di cognome e nome è Chèrtis Ghiza, perché in ungherese il cognome va prima.


Ebrei a Catania di  Nadia Foiadelli Vinciguerra, Bonanno Editore
La presenza delle comunità ebraiche nelle città europee ha portato un grande contributo alla loro vita ed al loro sviluppo. Di alcuni periodi e per alcuni insediamenti urbani si sa però relativamente poco. L'autrice, impegnata nel campo turistico nella Sicilia orientale e interessata ai suoi risvolti storici e socio economici, ha rivisitato la presenza della comunità ebraica a Catania, nei secoli che precedettero l'espulsione del 1492. Vengono presentati usi, abitudini e storia di questa comunità, oggi drasticamente ridotta, di cui si è rischiato di perdere la memoria, soprattutto in conseguenza dell'eruzione dell'Etna del 1669 e del terremoto del 1693.

Ricette ebraiche di Nadia Foiadelli Vinciguerra, Bonanno Editore
Le ricette contenute in questo libro offrono una rassegna della cucina ebraica, con particolare riferimento alla sua versione siciliana, rivisitata per venire incontro ai gusti odierni. La cucina ebraica, come quella siciliana, è una cucina essenzialmente povera: entrambi i popoli hanno conosciuto più dolori che gioie. Elementi principali sono: le verdure che vengono usate in tutte le loro parti, anche quelle che di solito vengono scartate, le carni che appaiono spesso macinate e mescolate con altri ingredienti, il pesce azzurro e, elemento costante e irrinunciabile, il tempo. è una cucina certo non elaborata, negli accostamenti e nelle materie prime, che però esige quella pazienza che è virtù sicuramente molto praticata sia dagli ebrei che dai siciliani: la pazienza di attendere lunghe cotture, lente marinature, pacate stagionature. Ricordi, odori e sapori. Cibi dell’infanzia legati alla casa, ai nonni, ai genitori, un odore che può risvegliare fatti lontanissimi nella nostra memoria, una cucina coi suoi rumori di tegami, di piatti, di posate e di voci.

Catania Judaica di Matilde Russo dal sito Catania Giovani
Narra la leggenda che, dopo aver distrutto il Tempio di Gerusalemme (70 d.C.) , il malvagio Tito riempì tre navi di ebrei e le abbandonò al mare senza capitano, ma il buon Dio mandò una tempesta che le fece naufragare una in Spagna, una a Genova e l’altra in Sicilia.
In realtà però la presenza ebraica nella nostra isola, già citata da Cicerone, è probabilmente frutto di immigrazioni dall’Egitto verso il I sec. a.C.
Tuttora sono molte le città siciliane – da Palermo a Taormina, da Noto a Nicosia – che mostrano le tracce di questa storia antica. A Siracusa, nel sottosuolo di quella parte di Ortigia che ancor oggi si chiama la Giudecca, è possibile ad esempio visitare un raro e straordinario esempio di bagno ebraico (Miqweh).
E Catania?
La più antica testimonianza della presenza di una comunità ebraica nella nostra città si deve a due epigrafi funerarie: una, trovata a Roma, parla di un tale Amachios di Catania ed è datata alla fine del III sec. d.C. , l’altra, emersa in via Sangiuliano, riporta la data del 21 ottobre 383.
Da allora la comunità andò crescendo progressivamente, diventando uno dei cardini dell’economia cittadina, in cui essi portarono attività commerciali ed artigianali prima assenti (lavorazione del ferro e del vetro colorato, tessitura di stoffe, coltivazione del baco e lavorazione della seta, oreficeria…); inoltre, prima dell’attivazione dei corsi dell’Università (1444), ebrei erano i più apprezzati medici operanti in città.
Questo aveva posto molti di loro in un posizione privilegiata nella società cittadina, a livello dell’alta borghesia e in generale ne aveva reso per lo più ben tollerata la presenza in città.
Ma non erano tutte rose e fiori. Gli ebrei restavano pur sempre cittadini di serie B, vessati da mille tasse, Servi della Regia Camera, ciclicamente oggetto di violenze e discriminazioni, obbligati ad indossare segni distintivi di riconoscimento.
Per poter praticare le proprie tradizioni e culti, separati dalla comunità cristiana, verso il VII secolo, la comunità ebraica si era raccolta sulla collina di Montevergine (anche se le porte della Giudecca catanese non furono mai chiuse, e molti ebrei vivevano anche fuori dai suoi confini).
Questo nucleo originario (Judeca suprana) si estese progressivamente verso sud-est (Judeca suttana), fino quasi ad inglobare la stessa Platea Magna cioè il cuore religioso, politico ed economico della città. Essa comprendeva due sinagoghe, un ospedale, un macello, un cimitero fuori le mura e un bagno per le purificazioni rituali che traeva le sue acque dall’Amenano (Judicello).
L’eruzione del 1669 e il terremoto del 1693 hanno sconvolto la topografia cittadina, cancellando le tracce fisiche del quartiere ebraico, mentre l’incendio dell’Archivio storico comunale nel 1944 ha fatto perdere molti preziosi documenti. Ma ancor prima di queste distruzioni è come se la città avesse cancellato dalla memoria collettiva la presenza degli ebrei.
Eppure a guardare bene qualche traccia ancora esiste.
Anzitutto nella toponomastica: la via Gisira (alle spalle dell’attuale piazza Mazzini) trae il suo nome dalla gizyah, una tassa musulmana poi mantenuta anche dai Normanni, che gli ebrei dovevano pagare per poter godere della libertà di culto e poter costruire una nuova sinagoga. E anche l’intitolazione alla Madonna della Catena, che tuttora si mantiene, dell’area in cui sorgeva il cimitero ebraico (attuale zona via Plebiscito) era usanza diffusa dopo il 1492, come simbolo della liberazione dalla iniqua pravitati yudaica.
Ancora più evidente la presenza ebraica fra le maestranze che lavorarono alla costruzione del Castello Ursino (1239-1250): disegnate sulla torre Nord-Ovest si notano infatti due Menorah, il candelabro a sette bracci del tempio di Salomone a Gerusalemme. Più discussa la derivazione del famoso Pentalfa che si trova sopra il finestrone di Levante e che, se non ha nulla a che vedere con la stella di David (che ha sei punte), può essere invece collegata alla simbologia cabalistica di ascendenza ebraica, ben conosciuta da Federico II.
E in fondo lo stesso simbolo di Catania, ‘u Liotru, ricorda i mitici incantesimi del mago ebreo Eliodoro e il suo scontro con il Santo Vescovo Leone.
Ma la storia la scrivono i vincitori, e il popolo ebraico è sempre stato vessato da una sorte avversa che lo ha portato a continue migrazioni e lotte per la sopravvivenza. Così anche la loro permanenza in Sicilia si conclude con l’ennesima cacciata, quella decretata dai cattolicissimi sovrani Ferdinando e Isabella di Spagna il 31 Marzo 1492.
Un’espulsione decisa nel clima di euforia seguito alla Reconquista di Granada, ma le cui conseguenze per l’economia del Regno erano ben chiare a tutti: «…et quantunque cridissimu sua cristianissima magestati farilo per czelo di la catholica fidi … non è sencza detrimento di lo dicto regno et di li diricti, dohani, cabelli, et raxuni di so herariu…» (la città di Catania alla Corona, Giugno 1492).


“Medici Ebrei a Catania” di Domenico Ventura
Da “Medici e Medicina a Catania dal Quattrocento ai primi del novecento”, mostra e volume promossi dall’Assessorato alla Salute del Comune di Catania

 

 

GEZA KERTESZ, LO SCHINDLER DEL CATANIA
LA  TOCCANTE STORIA DELL’ALLENATORE ROSSAZZURRO DAL CUORE BUONO

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Il 6 febbraio del 1945 l’Europa vive la fase conclusiva della più devastante catastrofe nella storia dell’umanità: il secondo conflitto mondiale. In una livida alba, a Budapest, si compie il destino di un uomo. Lui si chiama Geza Kertesz e i tifosi rossazzurri lo conoscono bene perché, da mister, è stato capace nel ’34 di condurre il Catania alla prima arrampicata in B.

L’ARRIVO A CATANIA
Ottimo calciatore e nazionale ungherese, Geza nella seconda metà degli anni Venti getta gli ormeggi in Italia e sceglie d’iniziare la carriera di allenatore. I suoi metodi innovativi incuriosiscono il Duca Trigona di Misterbianco, commissario e presidente-mecenate di un club che tenta la scalata verso vette prestigiose. E così sarà: il torneo di prima divisione, anno calcistico di grazia 1933-’34, è vinto in carrozza. Indescrivibile l’entusiasmo di migliaia di cittadini etnei che puntualmente riempiono il catino dello stadio di legno di piazza Verga che però tutti chiamano ancora piazza Esposizione. Ogni santa domenica al campo dei“Cent’anni” c’è la ressa per l’acquisto dei biglietti: dieci lire costa la tribuna, cinque lire il parterre. Su quel rettangolo polveroso c’è una squadra che infiamma i cuori marca liotru; i suoi eroi hanno i nomi delle vecchie glorie del pallone italico Giovanni Degni, Ercole Bodini e Ottorino Casanova, dei virgulti Mario Sernagiotto, Mario Nicolini e Ferruccio Bedendo ma soprattutto del primo idolo del calcio catanese, Cocò Nicolosi. 

LA VITA IN CITTÀ
Geza vive con la sua famigliola a villa Spadaro-Ventura, non distante dalla zona in cui fervono i lavori di completamento del nuovo stadio Cibali. Per primo in Italia, il mister magiaro escogita una forma di ritiro collegiale quotidiano che si tiene in una grande villa con dependance nei dintorni dell’impianto sportivo di Piazza Spedini. L’obiettivo è cementare lo spirito di gruppo: «è il miglior propellente per le più grandi affermazioni» ripete di continuo ai suoi ragazzi. Per la stagione successiva si punta alla A e la rosa viene puntellata dal fantasista bolognese Amedeo Biavati, proprio lui, l’inventore del “doppio passo” che sconcerta anche i più forti difensori. Si approda al terzo posto finale che non vale la promozione e il buon Biavati se ne torna all’ombra delle due torri. Lo aspetta il titolo di campione del mondo conquistato tre anni dopo con gli azzurri di Vittorio Pozzo. La stagione 1935-?36 si apre con i dubbi del tecnico sull’accettare o meno la riconferma ma l’affetto dei tanti tifosi che lo fermano durante le passeggiate al Giardino Bellini e le pressioni di Vespasiano Trigona lo convincono a rimanere. Allenatore e presidente sono legati anche da riti scaramantici come l’immancabile pranzo pre-partita nel quartier generale del Duca che si affaccia su Piazza Roma. La classifica finale è più che buona ma un ciclo si chiude perché il presidente lascia la società nelle mani della federazione fascista catanese. Per l’ungherese molto legato al Duca di Misterbianco sopraggiunge l’ora dei saluti alla «città dal cielo sempre azzurro e dalla gente sempre disponibile» che tanto ama.

LE ESPERIENZE IN GIRO PER L’ITALIA
Inizia a girovagare per mezza Italia: Taranto, Atalanta e nel 1939-?40 il prestigioso incarico alla Lazio con cui consegue un ottimo quarto posto nella massima competizione calcistica nazionale. Dopo una stagione interlocutoria ecco a sorpresa il ritorno all’ombra dell’Etna. Molte cose son cambiate nel frattempo: i rossazzurri militano nel girone più meridionale della terza serie insieme a Palermo e Siracusa. Ma soprattutto da oltre un anno l’Italia di Mussolini è in guerra e la città viene colpita da frequenti bombardamenti che minacciano il nuovo stadio intitolato allo scomparso gerarca Italo Balbo. Seppur competitiva per il ritorno fra i cadetti la compagine etnea non riesce a imporsi e rimane nelle secche della C. Per il tecnico di Budapest è il momento del commiato definitivo dalla città dell’elefante. All’orizzonte c’è il prestigioso incarico di guidare i campioni d’Italia della Roma, ma nel ?43 la voragine degli eventi bellici ha il sopravvento e l’attività calcistica è sospesa.

L’ATTIVITÀ ANTINAZISTA IN PATRIA
In qualità di ufficiale dell’esercito e di fervente nazionalista, un uomo fa ritorno nella sua terra natia. Per lui è pronta la panchina dell’Ujpest che parte tra le favorite del campionato di calcio, unico diversivo per un popolo precipitato nel dramma dell’occupazione nazista. Le persecuzioni colpiscono ogni settore della società magiara e sono tanti gli sportivi che finiscono deportati nei campi di concentramento. Ma qualcuno decide di non  rimanere con le mani in mano e compie il più grande capolavoro tattico della propria vita. Insieme ad Istvan Toth, trainer degli acerrimi rivali stracittadini del Ferencvaros, Kertesz costituisce un’associazione resistenziale che ha lo scopo di strappare quante più vite alla follia dei campi di sterminio. Centinaia di persone vengono nascoste tra case di amici e monasteri: è un autentico miracolo quello compiuto dalla generosità e dal coraggio dei due uomini. C’è di più: lo stesso Geza conosce bene il tedesco e si traveste da soldato della Wehrmacht per aiutar alla fuga la gente dal ghetto di Budapest. Ma, nella natura umana, apici di grandezza si alternano a vette dotate della più infima brutalità. Cosi un giorno di novembre del ‘44 la Gestapo si presenta a casa Kertesz per arrestarlo davanti a moglie e figli. Sono le ultime settimane del conflitto mondiale e in una patria assediata dall’Armata Rossa di Stalin imperversano i nazisti ungarici delle croci frecciate in cerca di sanguinose rese dei conti. Non un briciolo di umanità da parte dei carnefici precipitati nell’abisso morale della follia: all’alba del 6 febbraio ?45 Geza viene fucilato.
Un’intera nazione gli tributa gli onori dovuti nel funerale celebrato postumo alla fine della guerra e a cui partecipa anche una delegazione di catanesi con tanto di vessilli rossazzurri.
Da allora è sepolto nel cimitero degli eroi di Budapest, una medaglia riservata a pochi.
Per più di sessant’anni la sua storia è stata colpevolmente dimenticata dalla città con simbolo l’elefante.
Riportarla alla luce è il tributo minimo ad un uomo dal cuore buono che ci piace etichettare come ‘lo Schindler del Catania’.

Filippo Solarino