Ultima revisione:

19 aprile 2010

Tempo di lettura:


Emma La Spina, autrice del libro  Il suono di mille silenzi, 130x100

Ha quarantanove anni e vive in Sicilia. Questa è la sua storia....

Sua madre – una donna fredda e dura, che lei ha visto solo in rare occasioni – ha partorito e abbandonato undici figli. Emma è la decima

Trascorre la sua infanzia in collegio, un luogo di deprivazione e di autentico terrore. La vita delle bambine è completamente contingentata e del tutto priva di amore, di un qualsiasi gesto di affetto. Alle punizioni corporali si aggiungono più sottili tormenti e vessazioni psicologiche.

Nell’istituto – i famigerati “collegi” menzionati come spauracchio a generazioni di bambini – le bimbe non hanno alcun contatto con l’esterno. Sono mille silenzi.
Una memoir che commuove, indigna, colpisce al cuore.
 

 

Copertina  Il suono di mille silenzi 143x230Collana Saggistica

Serie Italiana

Rilegatura brossura con sovraccopertina

Formato 13x21 cm

Pagine 210

Data di pubblicazione aprile 2009

ISBN 978-88-566-0250-0

 

 

 

 

Presentazione 

Mercoledì 21 Aprile 2010
0re 17.00
Biblioteca "Tondo Gioeni"
Via Etnea, 782 / Piazza Gioeni, 12, 95128 Catania (CT)
e-mail: biblioteca.tondogioeni@comune.catania.it 

Sarà presente l’autrice

Introdurrà la Dott. ssa Emilia Bonaccorsi, responsabile della Biblioteca Tondo Gioeni

 

 Il Suono dei mille silenzi - Sinossi dell'Autrice

"Ho vissuto la prima parte della mia vita, dalla nascita fino al compimento dei diciotto anni in collegi per l'infanzia abbandonata. Ho sempre vissuto come se appartenessi ad un mondo parallelo, vicino alla società di tutti, ma esterno a tutti. Rientrata traumaticamente nel mondo degli altri, mi sono accorta che avevo vissuto la parte più importante della mia vita in un luogo di privazioni e autentiche sofferenze.

Ho capito che agli "altri" questo mio mondo era del tutto sconosciuto. Avevo da lungo tempo accarezzato l'idea di scrivere un libro sulla mia vita, spinta da un autentico bisogno interiore. Il bisogno di sopravvivere, il bisogno di comprendere cosa è una vita normale, mi impediva di avere la serenità di scrivere. In un momento difficile, di depressione, mi sono decisa, ho scritto perché gli altri devono sapere ciò che succedeva in quegli istituti.

Ho scritto anche per le mie compagne, ( quelle che ancora sono vive) che ancora oggi hanno paura e uno strano pudore a parlare delle loro sofferenze, come se esse stesse fossero le carnefici piuttosto che le vittime. Il mio racconto vorrei vederlo poeticamente come una lotta contro le avversità. E' il racconto della costruzione, a volte lenta, a volte precipitosa, della psiche di una giovane vita cresciuta sola in un ambiente alieno ed ostile, che deve subito contare soltanto su se stessa.

Ricordo il primo istituto dove sono vissuta dopo l'orfanotrofio. Ho quattro anni, e già devo soggiacere a regole rigide ed inflessibili. Andare in bagno due volte al giorno ad orari prefissati, bere un solo bicchiere d'acqua, mangiare a forza tutto ciò che propongono.

E il silenzio, è proibito parlare fra noi. Punizioni terribili, ogni sera bambine calpestate, colpite in punti sensibili. Una mia compagna poliomielitica viene colpita sempre sulla gamba offesa. Oggi vive sulla sedia a rotelle. Nessuna amicizia fra noi bambine. 

Mai un bacio, mai un abbraccio. Solo una bambina fra tutte ammiro moltissimo. E' bella, intelligente, estroversa, una vera leader, ma è infastidita dalla mia presenza, sono troppo appiccicosa.
Non so cosa sia una mamma, me la immagino bella come una Madonna. Del papà non me ne importa proprio nulla.

Agli otto anni il colpo di scena. Una suora chiama me e la mia compagna Clotilde e ci dice di seguirla. Arriviamo in parlatorio e ci troviamo di fronte una signora. La suora dice: "Questa è vostra madre". Ho saputo così di avere una madre e una sorella. L'incontro però si conclude con un ceffone assestato dalla signora a ciascuno di noi due con l'assenso della suora. Si distrugge così l'immagine sognata di mamma, ma nasce in me la gioia di avere trovato una sorella. Purtroppo Clotilde mi respinge continuamente arrivando a dire di non considerarla sorella e creandomi così grossi problemi psicologici.

Sono moltissimi gli episodi che turbano la mia giovanissima vita: le veglie per le suore morte, le feste di Natale in cui bisogna cantare lodi sperticate alla nostra prima aguzzina, la madre superiora, colei che comandava la punizione suprema: "la stanza del cane". E poi la prima comunione con indosso lo stesso bianco vestitino che era solito mettere alle bambine morte. Il terrore del diavolo, inculcato continuamente dalle nostre "educatrici". Che sofferenza quella presenza! Ci era stata inculcata in modo tale che a noi bambine sembrava che ci fosse sempre vicino. Le preghiere erano un'altra tortura, una pesante imposizione. Non sapevamo perché pregavamo e per chi: forse per un Dio spietato a cui bisognava ubbidire per sfuggire al diavolo che ci stava sempre accanto e che prima o poi ci avrebbe trascinato fra le fiamme dell'inferno.

Frequento la scuola elementare senza mezzi, né un libro, né un quaderno e nemmeno la matita o la penna.  Per fortuna il mio cervello è uno scrigno che tutto conserva.
Alla fine delle elementari, Clotilde che aveva un anno più di me, sparisce. Nessuno si cura di informarmi che era stata trasferita ad un altro ila vitastituto, ed io mi dispero credendola morta.
Durante le vacanze estive ci impongono lavori pesantissimi, quali la cardatura della lana dei materassi, e ci crea allergie e disagi di ogni tipo.

L'anno dopo vengo trasferita in un altro istituto e ritrovo Clotilde, la mia amata sorella. La mia felicità è però frustrata dall'atteggiamento di Clotilde che mi umilia.

Finalmente la scuola media, questa volta in un istituto frequentato da bambine esterne.
Conosco così la mia indigenza e povertà, di cui non mi ero mai resa conto vivendo sempre in mezzo alle mie pari. Lo studio, senza alcun mezzo, va male, mia sorella mi rifiuta.

Da oggi non parlerò più, questa sarà la mia prla vitaotesta. Dopo un bel numero di ceffoni per convincermi a parlare vengo condotta all'ospedale psichiatrico. Il medico, un "luminare ", decide una cura risolutiva: l'elettroshock. Dopo una settimana di orribili tormenti, con il cervello distrutto, ridotta ad uno straccio, mi convinco a parlare. Un successo per il medico, che vanta la guarigione a furia di scosse elettriche.

Decido di fuggire dall'istituto. Riesco nel mio intento, ma sulla soglia del cancello mi assalgono dubbi e paure. Il mondo esterno mi sembra ostile e pauroso, così rientro senza nulla di fatto. Decido ancora di fuggire, questa volta dalla vita: bevo una bottiglia intera di candeggina. Vengo salvata in extremis.

Noi due sorelle veniamo trasferite ad un terzo istituto. Siamo, o almeno lo è Clotilde, in età di scuola superiore. Siamo in poche ad aver superato la scuola media, io grazie alla mia formidabile memoria, Clotilde per la sua vivissima intelligenza.

Conosco altri fratelli, siamo in tanti, e tutti in orfanotrofio. E' solo il caso che ci fa incontrare.
In scuola episodi a dir poco umilianti. Possiedo un solo vestito, così la sera lo lavo e la mattina lo indosso ancora bagnato. Le compagne esterne ridono al vedere la macchia di umidità dove mi siedo. Mi isolano, dicono che puzzo. L'insegnante mi assegna un posto lontano, in fondo alla classe.

Un episodio divertente: il furto nella dispensa delle suore. Le suore mangiano in un refettorio diverso dal nostro, con la porta sempre chiusa. Si vocifera che mangiano benissimo, non le nostre schifezze, e che hanno una dispensa ricchissima, piena di ogni ben di Dio. Ho il coraggio di organizzare una spedizione.

Cerco le mie complici fra le ragazze più toste e poi una notte, dopo che tutti hanno preso sonno, mi metto in movimento. Strisciando con il cuore in gola arrivo al letto della suora guardiana e le rubo le chiavi. Penetriamo nella dispensa e troviamo un mondo di cose fantastiche. Armadi bianchi che ronzano sommessamente e dentro prosciutti, salami, formaggi e formaggini, marmellate, yogurt. Divoriamo ogni cosa come le cavallette. La frutta con tutta la buccia, anche le banane e i fichi d'india che mi rendono la bocca malconcia. Scopriamo tra l'altro  i gelati. Fuggiamo con molte cibarie e, non sapendo dove nasconderle, le infiliamo in mezzo ai rami degli alberi. Nei giorni successivi cadranno dai rami frutti prelibati e i gelati disciolti.

Inutile dire che l'indagine condotta dalle suore non porta a nulla, così veniamo picchiate tutte, una per una senza alcuna distinzione.

Il tragitto dal collegio alla scuola è molto divertente. Dietro la suora osservo tutto con molta curiosità, avida di tutto. Un giorno si presenta l'occasione di tornare in collegio da sola. Mi fermo davanti a tutte le vetrine e mi colpisce il negozio della parrucchiera, la quale con un gesto mi invita ad entrare ed accomodarmi in poltrona. Mi acconcia i capelli, me li fa lisci, laccati e profumati. Poi mi chiede i soldi. Io non possiedo soldi, e poi ho fatto troppo tardi, così fuggo inseguita dalle imprecazioni della parrucchiera.

Il clima del collegio non è proprio idilliaco, molte delle mie compagne, che fino a una certa età hanno vissuto in famiglia, hanno avuto un'educazione violenta e malavitosa. Vige la legge del più forte, l'omertà è la regola, guai a denunciare chi ti perseguita, le altre ti faranno la festa. Una volta sono stata aggredita e ferita con un pezzo di vetro tagliente, finisco in ospedale, dove mi applicano sulla ferita parecchi punti di sutura. Anche il furto è un'operazione consentita dalla nostra coscienza, per sopravvivere si deve rubare anche alle nostre disgraziate compagne.
Dall'età di tredici anni, durante le pause estive dalla scuola, vengo inviata presso famiglie benestanti per fare la cameriera. I soldi che ci danno, se ce li danno, sono pochissimi e solo a fine estate. Imparo subito a mie spese che una ragazzina senza protezione è esposta a particolari rischi. Il giorno lo passo sfaccendando ed eseguendo lavori spesso troppo pesanti per la mia età. Sono vestita male e con le scarpe rotte. I signori e gli amici dei signori sono eleganti, tutto l'ambiente è elegante, io comunque passo inosservata come se fossi invisibile. Ma non sono sempre invisibile, specie di notte e i giorni in cui il padrone rimane solo con me. Allora i "gentili signori" mi fanno i complimenti, cercano di toccarmi dappertutto, tentano di abusare di me.

La prima volta che vado "a servizio", a tredici anni, un uomo cerca di farmi violenza. Resisto, piango, mi barrico in bagno ed infine denuncio il fatto alle suore. Le religiose, molto contrariate, sporgono denuncia alle autorità e mi conducono dal ginecologo, (non supponevo nemmeno l'esistenza di una tale specialità medica). Il medico, anche lui scocciato da questo spiacevole contrattempo, mi fa sedere sulla speciale sedia e mi ordina  di allargare le gambe. Spaventata, umiliata, comincio a piangere. La suora che mi accompagna, sarcastica, dice: "Adesso ti atteggi a santarellina, dopo tutte le porcherie che hai fatto". Il medico infine, accertatosi che l'uomo non era riuscito a violarmi, lo comunica alle suore. Dopo qualche ceffone estemporaneo datomi sul posto, al rientro del collegio vengo picchiata di santa ragione perché avevo  infangato la reputazione di un "signore per bene".

Questa per me fu una bella lezione Non denuncerò mai più i tentativi di violenza subiti ogni anno dai signori presso cui andavo a lavorare. Io sono stata fortunata, perché altre mie compagne invece non sono riuscite ad evitare lo stupro. Mai nessuna denuncia.

Intanto le ragazze crescono e diventano belle fanciulle. Clotilde è la più carina di tutte. Le bambine diventano donne, la loro stagione è la primavera della vita. Di nascosto, perché è severamente proibito, si guardano allo specchio, improvvisano bigodini con il cartone dei rotoli di carta igienica esauriti. Non che noi usassimo carta igienica, infatti in istituto non ce n'era mai stata.

La chiedevamo alle ragazze esterne, che gentilmente, quando finivano il rotolo, ci regalavano il cilindretto di cartone. L'istituto adesso risuona di fresche risate di gioventù. Madre Ranno, la nostra "guardiana", odia queste risate. Odia la nostra nascente femminilità e sfoga su di noi la sua acredine di donna delusa. Odia tutti, ma principalmente Clotilde. Una sera, madre Ranno entra improvvisamente in camerata e trova mia sorella e le amiche che si guardano allo specchio con espressioni civettuole. Afferra per un braccio Clotilde e la picchia selvaggiamente. Poi vede il diario della ragazza e glielo sequestra. "Adesso con questo ci divertiremo", urla. Clotilde le grida in faccia: "Ti odio". La risposta è brutale, l'afferra per i capelli e le sbatte ripetutamente la testa nel muro. I colpi arrivano sul volto, il suo delicato visino si riempie di sangue. La ragazza viene subito allontanata, sparisce dalla mia vista per anni. Venni poi a sapere che Clotilde era stata segregata per un intero anno in una cantina di un altro istituto.

Finalmente i miei diciotto anni. Il pomeriggio del giorno dopo la madre superiora mi chiama e dice: "Hai compiuto diciotto anni e un giorno, sei maggiorenne e devi fare tutto da sola".- Cosa vuol dire che devo fare tutto da sola?- Rispondo. "A diciotto anni non si ha più diritto all'assistenza, per cui devi andar via, raccogli le tue cose e abbandona l'istituto", conferma.

Mi sembra di vivere un incubo, si tratta forse di un brutto scherzo? - Che vuol dire? - ripeto come una stupida. La superiora comincia a spazientirsi. Io insisto: - Non so dove andare e cosa fare. - "Sono affari tuoi, il nostro compito è finito", risponde la "madre".- Quando devo andare via? - "Subito". Come subito!- Domani mattina? - "No! Subito vuol dire adesso, prendi le tue cose e va' via". Cerco di prendere tempo, ma lei dice con voce irata: "Ho da fare, è il momento di recitare il rosario, fuori!". Piangendo, confusa e tremante, rientro in sala studio e comincio a raccogliere i miei libri. Le mie compagne, le più vicine, mi chiedono a bassa voce cosa fosse successo. La Ranno si pone accanto a me e intima a tutte di far silenzio e non distrarsi. La suora portiera apre la porta dell'istituto senza una parola, esco e la rinchiude alle mie spalle. Il mondo della mia infanzia e della adolescenza è finito per sempre.
     Adesso vedo con occhi diversi tutto ciò che mi circonda. Come in trance, raggiungo una piazza vicina e mi siedo su una panchina, il sole comincia a calare.


Il ricordo di quegli anni non mi abbandona e la notte i sogni mi riportano a quel periodo nero. Mi opprimono, mi assillano, perché non si può rimuovere una parte della propria vita che ha segnato così profondamente. Le ferite si rimarginano, ma le cicatrici rimangono ed il mio cuore è pieno di cicatrici.
Il mondo in cui mi muoverò sarà attraversato da dubbi, interrogativi, paure ed incertezze e conterrà la mia tragedia, la consapevolezza della mia solitudine e dell'essere in balia degli eventi.
Mi sostiene la speranza di riunire e mettere in comunicazione il mondo sotterraneo degli abusi e quello della trasparenza e del rispetto."

Emma La Spina e-mail : emmalaspina@gmail.com

Casa editrice: PIEMME

 

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